Nicaragua
La guerra delle pandillas
di Mimmo Lombezzi
Le scarpe da tennis sono i mobiles del paesaggio urbano nicaraguense. Appese ai cavi della luce, all'ingresso di un quartiere o a un incrocio, oscillano al vento, come rondini pronte ad alzarsi in volo. Sembra un gioco da ragazzi, invece è un messaggio in codice che marca confini invisibili ma perentori come frontiere militari. Se le vedete pendere sulla vostra testa, vi conviene alzare i tacchi. Le scarpe, infatti, sono trofei e marcano il territorio di una pandilla, cioè di una banda di quartiere.
Al mercato orientale di Managua, il territorio delle pandillas inizia con un budello chiamato Callecòn de la Muerte, il vicolo della morte. Ci si arriva attraverso un arcipelago di banchi di frutta e verdura, percorso a tutta velocità da minorenni che corrono come forsennati sotto il peso di giganteschi canestri di banane e manghi.
Gli scontri fra pandillas diventano spesso vere e proprie guerre, in cui spesso e volentieri si comincia col machete per finire con le pistole oppure con il morterazo, un tubo munito di grilletto e percussore, che, in pace, si usa per sparar petardi a Carnevale e, nelle guerre per bande, consente di esplodere in faccia agli avversari vampate di schegge di ferro o di pietre. E' quello che avviene nel quartiere più pericoloso di Managua.
E' su ragazzi come loro, ma molto più giovani, che lavora l'Ong Terre des hommes per recuperali, prima che diventino dei pandilleros a tempo pieno. "I nostri educatori di strada" racconta Giori Terrazzi, il responsabile di Tdh in Nicaragua "li vanno a cercare dove vivono, come il Callecon de la Muerte; li avvicinano, a volte facendo i giocolieri, gli procurano cibo e vestiti. Cerchiamo di fargli sentire che per qualcuno hanno ancora un valore come esseri umani".
"Lavorando in diverse zone di Managua" racconta Roberto Moreno, un educatore di strada che collabora con Terrazzi "ne ho visti morire almeno dodici: investiti, pugnalati, sparati, uccisi a colpi di machete, avvelenati, intossicati. E spesso abbiamo dovuto andare a prenderli alla morgue per dar loro una sepoltura cristiana, perché, in quel momento, non avevano né padre ne? madre che potessero dar loro una sepoltura dignitosa e siamo noi, gli educatori, noi che lavoriamo sulla strada, che spesso gli diamo l?ultimo addio".
I corsi professionali, organizzati da Tdh con il sostegno di Mediafriends, servono a offrire ai ragazzi del mercato Mayoreo la speranza di non dover fare i facchini per tutta la vita, ma funzionano anche come servizi sociali per chi ha avuto problemi con la giustizia.