BOSNIA E CROAZIA 20 ANNI DOPO

La pace in un bicchiere

di M.LOMBEZZI

CROAZIA

Nel 2013 la Croazia diventerà il 28° paese dell’Unione Europea ma per la minoranza Serba molti misteri attendono ancora una risposta. Vukovar (Croazia orientale).

Il silos dell’acqua, crivellato di colpi durante l’assedio del ’91, proietta la sua ombra sulla città come l’altare di un mostruoso sacrificio mentre in periferia un robot telecomandato rivolta le zolle più fertili d'Europa. A piu’ di vent’anni dall’inizio della guerra si cercano ancora migliaia di mine, ma il vero ordigno innescato in questa terra è la memoria delle violenze reciproche che serbi e croati si sono inflitti durante fra il 1991 e il 1995.

“Mio padre mi abbracciò” racconta Jelena Zera Gavric ” e mi disse di star vicino alla mamma. Ripensando alla sua faccia, 21 anni dopo, penso che lui sapesse che stava per morire”.

L'ultima volta che ha visto suo padre Vera aveva 10 anni . Oggi Dragan Gavric é uno dei 200 nomi che si avvitano in una spirale di foto e di date al memoriale di Ovcara. Quando la città cadde nelle mani dei serbi , il 18 novembre del’ 91, i feriti e il personale dell'ospedale , compreso il padre di Vera, vennero caricati su 5 autobus e portati a Ovcara, una porcilaia a 5 km dalla città. 200 prigionieri vennero picchiati a sangue e poi fucilati ma i 67 caricati sul quinto autobus sono scomparsi in qualche fossa comune che le autorità serbe, 21 anni dopo, tengono ancora nascosta.

“Mio padre – racconta Zera – era il responsabile dell’emergenza , portava i feriti, distribuiva il pane ai civili e io vivevo con lui e la mamma all’ospedale. I Serbi ci hanno diviso, donne e bambini da una parte e gli uomini dall’altra . Dissero che dovevano interrogarli...e li hanno ammazzati”.

Lavorava all’ospedale di Vukovar , come elettricista e tecnico radio, anche Bogdan Lukic, un Serbo invecchiato dal dolore che ci mostra la cantina dove si era nascosta la moglie , Ana Maljevac, prima di essere violentata e poi fucilata dalle milizie croate.

“Prima che scoppiasse la guerra – racconta - un amico che era uno dei capi della difesa Croata mi disse : meglio che sparisci per un po’ . Cosi’ ho preso la famiglia e il 9 luglio del ‘91 l’ho portata in Serbia , prima a Belgrado e poi a Subotica”. Pochi giorni dopo però , Ana, la moglie croata di Bogdan, torna a casa per nascondere i libretti militari del marito e dei figli, che avevano servito nell’esercito federale. Proprio in quel momento irrompono le milizie croate che iniziano a sfasciare tutto. Anna si nasconde in cantina dove viene scovata e stuprata da uno dei Croati che le ordina di non dir nulla a nessuno.

“A un certo punto – racconta Bogdan ingoiando le lacrime– Ana è riuscita a scappare e si è nascosta al rifugio antiatomico dove c’erano dei rifugiati sia Serbi che croati, ma li è stata prelevata e interrogata con altre 2 donne, una russa e una Serba. Dovevano essere fucilate tutte e tre , ma all’ultimo momento la russa fu risparmiata . E’ a lei che mia moglie, prima di essere uccisa, ha raccontato di aver subito violenza”.

Il luogo dove avvenivano queste esecuzioni , vicino alla stazione, oggi è del tutto anonimo. I binari e le ombre frettolose dei passanti si perdono nella nebbia , come i ricordi, ma bastano pochi passi per essere ingoiati dal passato : sulle pareti di un edificio distrutto dalle bombe, si incrociano raffiche di graffiti in guerra : alcuni inneggiano ai “Bed Blue Boys” e alla tifoseria croata, altri mostrano un teschio con le quattro “S” dello slogan cetnico: “Solo l’unità salverà i Serbi”.

Chiedo a Bogdan : “Conosce il nome di chi ha stuprato sua moglie ?” “No – risponde – ma conosco l’uomo che l’ha uccisa : si chiama Nicola Cibaric. Adesso é in pensione e vive libero a Zagabria” Oggi il cemento bombardato del rifugio antiatomico, è diventate un sacrario coperto di candele e di fiori che celebrano i Croati caduti per difendere la città, ma per i Serbi di Vukovar questo è anche il luogo dove dozzine di connazionali sono stati torturati e poi fatti sparire prima ancora che la guerra esplodesse in tutta la sua violenza.

“Ho chiesto di mio marito anche a Tomislav Mercep che comandava la difesa croata di vukovar – racconta Radojka, la vedova di Mladen Mrkic che dirigeva una cooperativa - Gli ho detto che era stato sequestrato sotto casa dalle ‘Zenghe’ la milizia Croata. Lui mi ha semplicemente portato al rifugio antiatomico e mi ha detto : ‘guardi con i suoi occhi : lui non e’ mai stato imprigionato qui !’. A quel punto , sul tavolo ho visto delle manette e dei martelli insanguinati e ricordo anche un bagno pieno di sangue, così gli ho chiesto come mai e lui ha risposto che una guardia aveva perso sangue dal naso. Allora io gli ho detto : ‘ma cosa crede che sia scema ? voi qui torturate la gente’. A quel punto mi hanno portato via."

 A 18 anni dalla fine della guerra continua a riemergere una storia poco nota e poco raccontata : quella dei civili serbi uccisi e fatti sparire prima che la secessione diventasse conflitto aperto . Una storia sconvolgente perché spiega come la paura dei Serbi di un altro genocidio si basasse su fatti concreti e non solo sulla memoria della seconda guerra mondiale.

“Non conosco il numero esatto quanti serbi sono scomparsi e sono stati uccisi prima che scoppiasse la guerra” dice Slavko Bubalo giornalista del periodico ‘Izvor’ , “si cercano 120 persone a Vukovar e dintorni”

Mentre filmiamo, da Vukovar a Knin e in tutta la Croazia, centinaia di poster inneggiano al ritorno di Ante Govina e Mladen Marcac, i generali Croati assolti dal tribunale dell’Aia per i crimini di guerra che nel ’95 accompagnarono la liberazione della Croazia e causarono la fuga in massa di 250.000 civili Serbi. Quest’ anno la Croazia entrerà in Europa, ma 17 anni dopo l’operazione “Tempesta” (Oluja) che pose fine all’occupazione Serba e permise la ricomposizione della Croazia , i villaggi Serbi intorno a Knin sono ancora, in gran parte, un cumulo di rovine. I Serbi che sono rientrati sono solo il 30% dei 250.000 che fuggirono e sono tutti anziani sebbene questa regione povera, sassosa e isolata non sia propriamente “un paese per vecchi”.

“Qui hanno ucciso Dushan Dukic” racconta Milica Beric spalancando la porta del passato e mostrandoci una casa di pietra dal tetto sfondato “ Dushan era alto quasi due metri . Gli hanno sparato qui all’ingresso. Lo abbiamo trovato sul pavimento con i piedi che sporgevano fuori dalla porta. Il proiettile che gli ha attraversato il petto è ancora piantato là , nel muro.” Il massacro di Varivode , a mezz’ora da Knin , avvenne un mese dopo la vittoria Croata. Nove serbi anziani vennero inchiodati dai mitra davanti alle loro case .

“Quando li abbiamo trovati -pensavamo che fossero vivi – racconta Milica – erano seduti sulle loro sedie, a prendere il fresco.” All’ entrata del paese un monumento allinea 9 nomi scritti in latino e in cirillico, senza spiegare come e perchè quei morti sono morti. “ I Croati sono arrivati sparando dappertutto – racconta Milica - mio marito era qui davanti alla porta . Gli hanno sparato in testa e gliel’ hanno aperta in due . Qui in terra era pieno di sangue. Ci sono ancora le tracce dei proiettili, ma a Zagabria questa strage venne classificata come un atto di banditismo“.

Nelle case bruciate gli spari hanno fermato il tempo. Per terra vediamo scarpe, giocattoli, suppellettili. La pioggia di 18 anni non è riuscita a lavare il nero degli incendi. Altre abitazioni , rimaste intatte dopo la morte dei proprietari, hanno ancora l’odore della vita domestica. Da una stanza all’altra sembra di udire i rumori delle cucine o l’eco delle stalle. Jovan Beric, medita a lungo prima di parlare. Si accerta che io sia italiano e solo dopo un pò mi conduce alla casa dei suoi genitori. Sotto il portico ci sono tre sedili da pulman che venivano usati per la siesta pomeridiana. “Li ho conservati come ricordo – dice Jovan – dopo 17 anni sono un pò andati ma si vedono ancora i buchi dei proiettili. Mio padre Radivoj e mia madre Maria, sono stati trovati da una nostra vicina. Quando si è entrata in cortile pensava che fossero vivi. Erano seduti fianco a fianco. E’ accaduto il 28 agosto 1995 quasi un mese dopo l’operazione ‘Tempesta’. In casa la foto dei genitori è ancora appesa sul letto. La stufa e il muro sono bucati da due proiettili che hanno attraversato la porta e i corpi dei genitori di Jovan. “Dopo l’operazione ‘ Tempesta’ erano venuti piu’ volte qui a provocarci. - racconta Jovan - chiedevano a mia madre : ‘che cavolo fate ? Perche’ non ci salutate ? Perchè tuo marito non si alza in piedi ? Perchè non ci saluta ?’ E mia madre che aveva capito bene cosa stava per succedere si alzava e diceva :’ guardate che lui e’ malato di diabete e non sente bene e le gambe non lo reggono , non puo’ alzarsi. Se volete vi diamo dell’acqua’. E loro entravano in casa e guardavano, osservavano. Si vedeva che si preparavano a fare quel che avrebbero fatto”

All’ingresso del paese un’anziana prega accanto al monumento. Chiedo : “signora é vero che lei viene qui ogni giorno?” “Sì – risponde - vado a rileggere quei nomi. Erano tutti miei vicini e ogni tanto vado li e parlo con loro. Non sono miei parenti ma erano tutti miei amici . Noi ci siamo salvati perche’ siamo scappati a gambe levate. E adesso Gotovina dice che non ce’ stata l’operazione ‘Tempesta’ ! Che quacuno venga qui a vedere ! Chi ha fatto tutto questo ? Chi ha ucciso? Chi ha distrutto ? Non e’ stato nessuno ? Come nessuno ? “ Nel villaggio di Zagrovic che aveva 600 abitanti Serbi , ne sono tornati una dozzina.

“Dimitar Rashuo , mio zio , era uno scalpellino famoso “ racconta Jadranka “aveva restaurato l’intera fortezza di Knin. La mia famiglia vive qui da sette generazioni. Quando è scattata l’offensiva e molti di noi sono scappati in Serbia ma lui disse : ‘ ho 80 anni. Ho vissuto sempre qui perché devo scappare?’. I Croati arrivarono in massa e sparavano dappertutto. Lui , alla sua età era andato da un vicino di 55 anni , che era un malato mentale, per non lasciarlo solo. Li hanno crivellati di colpi”.

Jadranka ci mostra .la casa dov’é costretta a vivere : una scatola di cemento senza luce col bagno esterno. L’unico tipo di acqua corrente è la pioggia che si infiltra tra le crepe del tetto. “Quando siamo tornati con mio marito, gli altri rifugiati avevano paura a venire qui e dopo, quando sono venuti e hanno visto in che condizioni viviamo, nessuno voleva seguirci , ma ora che é tornato Gotovina , alcuni pensano di nuovo di andarsene perche’ temono nuove provocazioni”.

Al “Bar Terra”, il primo bar serbo aperto in un villaggio a mezz’ora da Knin , ne sanno qualcosa. Poco prima di Natale un’auto nera è saltata sul marciapiede rischiando di travolgere i clienti seduti ai tavoli. Ne sono scesi quattro forsennati che hanno preso il primo malcapitato e hanno iniziato a chiedergli : “Siete voi che avete bruciato la bandiera Croata a Knin?” Poi un pugno in faccia e una pistola brandita a mezz’aria hanno fatto fuggire tutti i presenti.

“Pensare che durante la guerra io ero in Canada !” dice Veliko Mandic il gestore “ho aperto questo bar due anni fa! Che c’entro io con tutto questo ?”. Per molti Serbi di Croazia l’assoluzione di Gotovina e Markac è il segno che non avranno mai giustizia. Che alla liquidazione di oltre 1000 serbi uccisi nel ‘95 non verrò mai associato un colpevole.

“Con l’assoluzione di Gotovina e Markac “ spiega Nicole Corritore dell’Osservatorio dei Balcani “ la Croazia si sente ‘non colpevole’ dei crimini commessi durante l’operazione ‘Oluja’ ma i crimini sono stati commessi e ora la Croazia dovrà trovare i responsabili. Lo ha promesso anche il presidente Josipovic e ci sono 99 processi in corso. Il problema è che la giustizia croata funziona male e fino al 2005 è mancata la volontà politica di cercare i responsabili”.

Il mancato ritorno dei Serbi di Croazia ha soprattutto ragioni economiche. I soldi per ricostruire le case ci sono, ma il governo – dicono - preferisce darli ai Croati che arrivano dal Kossovo o dalla Bosnia mentre il lavoro manca per tutti , per i Serbi ma anche per i Croati. E’ questa realtà che ha spinto Oxfam Italia a promuovere in Croazia come in Bosnia i prodotti locali privilegiando soprattutto quelli transfrontalieri , come il vino o il formaggio, comuni a territori e popoli diversi . “I politici continuano a parlare di guerra” spiega Aina Galicic, che coordina il progetto, “ma la gente vuole aprirsi, vuole lavorare e andare verso il mondo. Per questo cerchiamo di mettere in rete questi produttori perché un turista possa trovare una guida alle risorse locali che sono straordinarie. Lo sforzo e’ enorme proprio a causa dell’immagine di questo paese. Molti ti chiedono : ‘ma la guerra e’ finita ?’ Ma qui c’e’ molto altro : prodotti di altissima qualità, risorse naturali e gente straordinariamente ospitale.”

Ivo Ivanic e Mladen Fustar sono due produttori che Oxfam Italia ha messo in rete sulla “Via del vino”, un percorso enogastronomico che parte dalla Croazia orientale e prosegue nella Serbo-Bosnia. Il primo Ivo è Croato e stagiona il suo Malvasia a Cavtat , vicino a Dubrovnik, il secondo, Mladen, é Serbo e produce dell’ottimo Vranac a Trebinje, a 40 km di distanza. “La storia di questa cantina inizia nel 1982” racconta Mladen “quando la famiglia Vukoje iniziò a produrre vino per il nostro ristorante. Allora non potevamo produrre per il mercato, perchè all’ epoca del socialismo solo le cooperative potevano commercializzare il vino. Nell’89 invece é iniziata una produzione privata di vranaz, cabernet, merlot e chardonnez”. Mladen, il più giovane(23 anni), è nato dopo la guerra, Ivo il più anziano, è tornato in Croazia quando era già finita. E’ lui che chiedo : “la rakia, la slivovica è stata per anni la benzina della guerra. Si beveva alcol per combattere, per produrre dolore e per dimenticarlo. La via del vino sarà anche la via della pace ? “Io non vedo il vino come alcool – risponde - il vino come dice un mio amico, ha una storia molto piu profonda e filosofica. Il vino e’ la bevanda degli dei ed e’ la via della fratellanza”

BOSNIA

“Guarda cosa han fatto! E’ tutto distrutto ! Son tutte tombe serbe !”. Novembre 2012. Nel cimitero ortodosso di Srebrenica, Ivanka Pankic cerca piangendo la tomba della sorella per vedere se anch' essa è stata abbattuta. “Chi é stato il selvaggio che ha fatto questo ? Nel ’92 , vivevo qui e quando mio figlio cerco’ di fuggire lo catturarono all’ingresso della foresta e lo bruciarono vivo. ! Ma io non lascerò la mia casa come vorrebbero i musulmani ! ”. A 500 metri di distanza, fra le 8000 lapidi del massacro di Srebrenica, Hatida Mehmedovic prega per il marito e per i figli : “Ancora oggi non so dove siano le loro ossa. Il cimitero serbo distrutto ? Avrei potuto farlo anche io, ma io lo condanno! Che senso ha ? “.

Pare che i due ragazzi musulmani che hanno sfasciato a calci le tombe abbiano reagito a una cerimonia che si era tenuta la mattina stessa nel cimitero ortodosso, vissuta come una provocazione. Otaz Alexander , il pope ortodosso di Srebrenica , che per metà è abitata da Serbi, aveva portato in processione le reliquie di Lazarevic, figlio di Lazar , il re martire dei Serbi ucciso dai turchi nella battaglia del Kossovo. Nel codice dei balcani queste processioni di ossa sono sempre state un modo per tracciare confini . Si comincio’ prima del ’90, in Kossovo, e si continua oggi, dopo cinque guerre.

Due ore di auto più a nord sul colle di Kamenica , vicino a Zvornik e al confine con la Serbia , Svetlana piange per il fratello ucciso 20 anni fa dai mussulmani e il canto funebre urlato come in una tragedia greca, riempie il silenzio dei boschi e delle case bruciate : ” Ohi Slavko ! Mio Slako hai dato la tua gioventu’! Avevi solo 20 anni !”.

Nel novembre del ’92 quando i soldati Serbi vennero costretti alla resa a Kamenica, i civili musulmani di Zvornick e di Bijelina riempivano già le fosse comuni scavate da Arkan. La vendetta musulmana fu terribile. “Ho trovato mio marito dopo 3 giorni – racconta la vedova di Misha Simic - ancora legato col filo di ferro. Ad alcuni avevano cavato gli occhi e tutti erano stati castrati “.Preghiere e lacrime bruciano accanto a una lapide che è stata distrutta tre volte e poi è stata spostata più a valle lontano dalle case musulmane, che in questa zona sono la maggioranza.

Siamo nel cuore della Repubblica Serpska ma le dogane della memoria restano intatte. Il corteo che è venuto commemorare la strage é scortato dalla polizia perchè ogni volta che le madri e le vedove vengono per issare una croce, sugli autobus scende una pioggia di pietre e qualcuno spara sopra le loro teste .

Dopo più di 20 anni , il conflitto sedato con la Pace di Dayton, continua come come guerra dei simboli, iconoclastia o come divieto per i nemici di ricordare e piangere le proprie vittime . Ancora oggi , alle donne violentate in massa dalle milizie Serbe è vietato apporre una lapide sulla palestra di Focha in cui venivano vendute come bestiame ai soldati che tornavano dal fronte.

Quattro ore di auto a sud di Bratunac, l’acqua verde della Neretva bagna una città splendida che ha sanato gran parte delle sue ferite e che da sola meriterebbe un viaggio in Bosnia , ma basta lasciare il centro di Mostar e risalire la montagna dell’Erzegovina perchè il passato riemerga dalla roccia come un gheyser. A Goranci, si esplora una foiba di 100 metri, un crepaccio verticale come una coltellata che ha ingoiato dozzine di Serbi liquidati dalle forze di difesa croate. I primi 4 corpi recuperati appartenevano a tre Serbi e a un Croato che, forse, aveva cercato di nasconderli, di salvarli. “La cosa terribile é che così tanti anni dopo la guerra stiamo cercando ancora centinaia di cadaveri” spiega Sanja Mulac, che lavora per la Commissione Internazionale per gli Scomparsi voluta da Clinton nel 1996 “. E stiamo cercando dei bambini . Erano di nazionalità bosniaca. Stavano fuggendo con le famiglie e sono stati intercettati e uccisi. Non sappiamo dove si trovino. Sappiamo solo che erano bambini dai 7 giorni ai 12 anni”.

Fra centinaia di sacchi pieni di ossa e di domande senza risposta all’obitorio di Mostar , Sanja ci racconta di un’ altra fossa comune che avrebbe ingoiato intere famiglie che cercavano di sfuggire alla pulizia etnica serba a Nevesinje. “Vi immaginate – chiede Sanja - una bimba di 7 giorni gettata in un pozzo di 60 metri ? Chi é l’uomo capace di gettare con le sue mani una bimba di 7 giorni o di due anni - viva o morta che sia - e di ascoltare il rumore di quel corpo che cade 60 metri più in basso ? Mi chiedo se oggi costui abbia dei figli e come possa guardarli negli occhi “

Se si dovesse definire il vento neo-fascista che dopo aver incendiato Balcani ora dilaga in Grecia – potremmo dire che è un’ideologia nata per distruggere i ponti , i punti di contatto fra religioni e culture diverse. Lo Stari Most il ponte del ‘500 che collegava e collega la parte cristiana e la parte Musulmana di Mostar era oltre che un miracolo architettonico era il simbolo del carattere multienico della città . Quando i Croati lo distrussero a cannonate nel ’93, migliaia di Musulmani erano rinchiusi nel lager dell’areoporto , un’area occupata oggi da una distesa anonima di hangar e magazzini . Nei giorni della banalità del male, quando in Erzegovina la caccia ai musulmani avveniva nel silenzio della maggioranza Stefica Galic e suo marito , entrambi Croati, salvarono un migliaio di persone dai lager duplicando false lettere di garanzia che offrivano asilo in Germania ma oggi Stefica vive ancora nella paura.

L’ “Osservatorio dei Balcani” racconta che 5 anni fa quando a Lubuski venne proiettato un film dedicato a suo marito, Stefica venne picchiata a sangue per la strada. “Vado a Ljubuski solo nel week-end – racconta – anche chi mi era amico o stava dalla mia parte evita di salutarmi o fa finta di non conoscermi, ma la comunità Musulmana mi ha dimostrato la sua gratitudine. Quando mio marito si é ammalato di cancro e non avevamo un soldo per la chemioterapia sono stati gli unici ad aiutarci”.

La terra di Bosnia è come un vulcano che non si spegne mai . Erutta odio perchè vomita scheletri, cioé memoria. L’unica speranza viene forse dall’acqua perchè scorrendo e collegando rive un tempo ostili aiuta a superare il passato. E’ questa idea che ha spinto Kasim Jaic a costruire sulla Neretva a Kojnic a mezz’ora da Mostar una base attrezzata per fare rafting “In Bosnia – spiega Kasim - non abbiamo una chiara idea di new-business . Qui i nostri politici han pensato di fare una diga per produrre elettricità appoggiandosi ai banchieri, ma la comunita locale ha cominciato a lottare contro questa idea e cosi’, con i giovani del posto, abbiamo creato una associazione per mostrare al mondo con foto e filmati la bellezza del fiume e fermare il progetto della diga . Alla fine i banchieri hanno gettato la spugna e abbiamo salvato il fiume”

Il centro di Kasim Jaic è una delle iniziative promosse da Oxfam Italia che, con il supporto comunicativo di Mediafriends, sta mettendo in rete le risorse turistiche locali della Bosnia e della Croazia, per radicare la popolazione nel suo territorio e permettere a tutti di riscoprire il fascino di un paese che era e resta era uno dei piu’ belli d’Europa “Stiamo lavorando nella promozione dell’ecoturismo da 3 anni “ spiega Silvana Grivino, (responsabile Oxfam Italia a Sarajevo) “ mettendo in rete attività come il rafting , l’ arrampicata o la mountain bike , per offrire degli sbocchi lavorativi alla gente del posto, e cambiare l’ immagine del paese. ” “Qui da me viene gente da tutta l’ex-Yugoslavia - dice Kasim - ascolto sempre di cosa parlano alla sera e non parlano mai di guerra, parlano del fiume, di canyoning , della vita dell’acqua non parlano mai di quello che erano prima della guerra, parlano di rafting”

“Oggi senza Kasim , al posto del fiume ci sarebbe un lago – spiega Silvana - le nuove generazioni vogliono guardare il futuro, e riescono a lavorare insieme persone di tutte le nazionalità. Non e’ importante come ti chiami e da dove vieni. E’ giusto ricordare il passato ma il passato non deve condizionare il futuro”.

Chiedo a Kasim: “Quindi quest’ acqua sta lavando via il passato ?” “Si’ - risponde ridendo “possiamo dire qualcosa di simile”